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Damien Hirst a Venezia | Mito contemporaneo

Exhibition
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“Tutto sta in quel che volete credere”. La mostra di Damien Hirst a Venezia incuriosisce, ti avvicina al mito e proprio quando ti stai per immergere nella leggenda spunta Topolino.

“Treasures from the Wreck of the Unbelievable” (Tesori dal naufragio dell’Incredibile) è il titolo della mostra di Damien Hirst a Venezia dislocata nelle due sedi della François Pinault Foundation di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. L’allestimento è stato curato da Elena Gueno, già curatrice delle monografiche di Rudolf Stingel (2013) e Sigmar Polke (2016) sempre a Palazzo grassi. L’exhibition rimarrà aperta fino al 3 Dicembre 2017.

Dopo lo squalo di The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living del 1991 e il teschio umano ricoperto da centinaia di diamanti  For the love of God del 2007 (le due opere più note dell’artista), Hirst torna a stupire e incuriosire il pubblico con queste opere del tutto originali nella loro non originalità. Le opere sono palesemente “ri-costruite” dall’artista e dai suoi collaboratori ma nell’aria, fin da quando sono entrato nell’atrio del Palazzo, c’era questo alone di “non detto” che mi faceva pensare: “probabilmente qualcosa di vero c’è”. All’interno della mostra questa verosimiglianza si sente, è palpabile. Nel realizzarla Damien Hirst a Venezia ha voluto puntare tutto sulla narrazione che chiaramente, data la caratura dell’artista, non poteva che essere spettacolare e maestosa. A palazzo Grassi sono in mostra soprattutto opere forgiate e scolpite con materiali pregiati mentre a Punta della Dogana vi sono statue più monumentali per le loro importanti dimensioni.

La leggenda narra che la nave di sessanta metri Apistos (termine di origine greca la cui traduzione è “Unbelievable”, in italiano “Incredibile”) affondò con un carico di opere di oltre 480 tonnellate naufragando nel fondo dell’oceano dell’Azania (attuale Kenya o Tanzania). Il relitto apparteneva a Cif Amotan II, uno schiavo liberato vissuto ad Antiochia nell’attuale Turchia nordoccidentale, tra la fine del Primo e gli inizi del Secondo secolo dopo Cristo. Arricchitosi decise di diventare un collezionista d’arte e fu così che imbarcò tutte le 198 opere esposte.

The Warrior and the bear ®Thomas Frasson

 

Punta della dogana è il punto di partenza della mostra di Hirst a Venezia. Ancor prima di entrare nell’edificio vengo accolto da The Fate of a Banished Man, un’opera interamente realizzata in marmo di Carrara raffigurante un uomo a cavallo intrappolato nel corpo di un enorme serpente. Appena sono entrato nello spettacolare edificio di Punta della dogana tre enormi statue in bronzo ancora coperte da coralli e incrostazioni mi si sono parate davanti. La prima è un calendario mesoamericano probabilmente di origine azteca che segnava quella che era la concezione cosmologica dell’universo degli antichi popoli dell’america centrale. La seconda statua è una longilinea figura femminile che si protrae verso l’alto come se volesse tuffarsi nel cielo; i seni prosperosi fanno subito intuire il legame con la fertilità. Fra le figure spicca indubbiamente The Warrior and the Bear, colosso in bronzo di 713 x 260 x 203 centimetri raffigurante arkteia, un rito greco che serviva per placare la furia di Artemide nei confronti del popolo ateniese durante il quale i giovani ateniesi simulavano i gesti di un’orsa mentre compivano sacrifici; la statua mostra un enorme orsa con in groppa una figura guerriera dai lunghi canini.

Al piano superiore proseguo la visita e vedo una serie di statue che ricordano il mondo greco-romano e l’esperienza è al limite dell’onirico. In una stanza si fa notare fra le altre opere Metamorphosis, statua in bronzo priva di incrostazioni e coralli che si fa portavoce della straordinaria cornucopia di miti greco-romani basati sul concetto di trasformazione. Un’altra figura ha catturato la mia attenzione Reclining Woman (interamente in marmo rosa) è stata scolpita con una cura dei dettagli estremamente precisa da sembrare viva. Cammino lungo il labirintico edificio e mi imbatto nella statua di Prometeo durante una delle sue trasformazioni e successivamente in Remnants of Apollo un enorme piede con un ratto raggrinzito posto nella parte superiore. Noto che all’interno della mostra di Hirst a Venezia ci sono molteplici rappresentazioni della Gorgone (meglio nota come Medusa), sono sempre differenti fra loro ma richiamano tutte uno stesso stile compositivo. Prima di scendere nuovamente al piano inferiore mi fermo di fronte al busto di una figura femminile (Aten) con il volto rivolto verso il cielo; il richiamo alla cultura egizia è palese ma subito noto che i tratti somatici e i tatuaggi sono quelli della cantante Rihanna.

Sceso nuovamente dalle scale osservo sbalordito Hydra and Kali, due statue identiche di 539 x 612 centrimetri (una con incrostazioni ed una senza) risalenti al periodo Kushan che raffigurano la divinità indiana Kali alle prese con un’idra (नाग in indie). Nella sala 13 di Punta della Dogana ci sono molti reperti dorati esposti in alcune teche, fra tutti spiccano il Sun Disc (disco solare con un volto al centro a rappresentare l’universale bisogno dell’uomo di comprendere la vita e il post-mortem) e lo scudo di Achille primo esempio di ekpharasis (rappresentazione verbale dell’arte visiva). La mostra prosegue con le opere Dead Woman, Woman’s Tomb e Children of a Dead KingLe ultime maestose statue sono il gran finale di questa prima parte: Two Figures with a Drum (statua di cinque metri e mezzo, rappresenta un suonatore di tamburo, quest’ultimo sorretto da un bambino dalla testa fallica), The Monk (figura statuaria buddhista seduta in posizione yogica) ed infine Cronos Devouring his Children, rappresentazione della spregevole abiezione del dio greco Crono nell’atto di divorare i propri figli affianco a sua moglie. A Punta della Dogana c’è la possibilità di salire fino all’ultimo piano del palazzo per ammirare il Belvedere affacciato sulla laguna di Venezia e altri crani di unicorno dell’artista.

A Palazzo Grassi, seconda e ultima meta di questa infinita mostra, sono stato travolto da un’enorme statua che occupa tutta la parte centrale dell’atrio. Alta diciotto metri, Demon with Bowl è la copia ingigantita della versione trovata nel relitto dell’Apistos. La figura decapitata sembra essere riconducibile alla divinità mesopotamica dai tratti sauriani Pazuzu (re dei demoni e del vento); la testa, ritrovata nel 1932 nella valle del Tigri, ha enormi fauci e occhi a bulbo ed è esposta a pochi metri dal corpo.

Demon with Bowl

 

Head of Demon with bowl

All’interno della mostra di Damien Hirst a Venezia gli schermi alle pareti mostrano i video dell’operazione di recupero delle opere effettuata nell’Oceano Indiano. Inutile chiedersi ancora una volta se è tutto un falso, Hirst stesso afferma:

Credere in qualcosa è molto più forte e importante della verità.

Continuo a camminare lungo i corridoi della mostra osservando le varie sculture:  The Skull Beneath the Skin (figura umana metà scheletro metà carne che simboleggia la dualità corpo/mente), Hermaphrodite, Skull of a Cyclopes, Cerberus, Skull of a Unicorn (realizzato in cristallo di rocca ed agata bianca), Andromeda and the Sea Monsters ( statua di quasi sei metri per quattro interamente in bronzo dal colore blu), fino ad arrivare alle statue di Pippo, Mowgli, l’orso Baloo e Topolino. Le opere sono esposte nelle ampie stanze di Palazzo Grassi che si intervallano da corridoi dove sono presenti le Giant Nautilus Shell.

Continuando la mia camminata mi imbatto nel busto della dea Ishtar (Aspect of Katie Ishtar Yo-landi), una delle figure più complesse del  Vicino Oriente. Venerata come dea della fertilità, della sessualità ma anche della guerra Ishtar racchiude in sé tutta la dualità della religione dell’antica Mesopotamia esportata poi nella cultura greca e in quella indiana. Proseguo la mia visita e subito spunta Bust of the Collector, un busto che dovrebbe raffigurare il “collezionista” anche se non è complesso riconoscere la figura dello stesso artista fra le pieghe del bronzo.

La mostra di Hirst a Venezia nella sede di Palazzo Grassi continua con una serie interminabile di opere tra cui Tadukheba (mezzo busto in marmo di Carrara, smeraldi e cristallo di rocca che rappresenta la principessa dei Mitanni), The Severed Head of Medusa (altra testa della famosa figura mitologica di Medusa interamente composta da malachite verde), Jade Buddha (statua di un Buddha ricavata da un unico blocco di giada), Abundace (statuetta in oro e bronzo raffigurante una figura femminile dal volto d’uccello), Hator, fino ad arrivare al modellino in scala 1:32 della nave “Unbelievable” (Scale model of the Unbelievable with suggested cargo location) che mostra com’erano disposte le varie opere al suo interno. La mostra si conclude con Unknown Pharaon (mezzobusto in granito blu, oro e agata bianca), Mercury, Neptune e Hands in Prayer, due mani plasmate dalla malachite, congiunte in segno di preghiera.

La storia e il mito s’intrecciano e nella stessa stanza Hirst mostra la raffigurazione di Cerbero da una parte e di un cranio d’unicorno dall’altra, la figura di Crono che smembra la sua prole e un buddhista che prega, la testa di Medusa ma anche Pippo e Topolino. Le differenze di epoche e di culture sembra annullarsi per dare spazio ad un modo di fare arte che ha insito un linguaggio uniforme fra tutte le opere, fa conciliare l’inconciliabile. Sincretismo e ambiguità creano l’atmosfera che incanta gli spettatori, stendendo un velo sopra la realtà del mondo esterno. L’intera mostra è un’altalena tra ciò che è profondamente artefatto e ciò che Hirst vuole far credere sia vero.

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David LaChapelle a Venezia | Lost+Found

Exhibition, Photography
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David LaChapelle a Venezia presenta la sua nuova mostra Lost+Found alla Casa dei Tre Oci.

10 Aprile 2017, ore 15.00
Entro nel corridoio che porta all’aula magna Tolentini dell’Università IUAV di Venezia. Ci sono già molti studenti, professori e  persone interessate alla fotografia che aspettano di entrare per assistere alla presentazione della nuova mostra di David LaChapelle a Venezia Lost+Found che terminerà il 10 settembre 2017 alla Casa dei Tre Oci.

Inizio della conferenza di David LaChapelle a Venezia ®Thomas Frasson

David arriva alle 17.00 puntualissimo, entra nell’aula magna in t-shirt, jeans e occhiali da sole accompagnato da musica e applausi in pieno stile U.S.A., ad aspettarlo alla scrivania ci sono Fabio Achilli del comitato scientifico Casa dei Tre Oci e Angela Vettese, direttore del corso di laurea magistrale di arti visive e moda dell’Università IUAV.

Dopo una breve ed esaustiva presentazione della dottoressa Vettese sulla biografia dell’artista David LaChapelle a Venezia prende la parola dicendo: “Credo di non aver nient’altro da aggiungere”. Subito conquista noi del pubblico perché traspare per la prima volta nel corso della conferenza la sua umanità (e non sarà l’unica). David ci mostra subito tre fotografie della sua infanzia,  la prima è quella su cui si sofferma di più, raffigura sua madre. Ci racconta che era una donna fortissima, determinata, che ha cresciuto lui e i suoi fratelli con un’alimentazione vegetariana, lavorava moltissimo (anche in fabbrica) riuscendo comunque a portare avanti la sua vita da artista (David ci dice che la madre non era un’artista in senso stretto ma era una donna che metteva l’arte in tutto ciò che faceva):

“[…] al contrario di mio padre che trovava Dio in chiesa, mia madre trovava Dio nella natura, il cognome “LaChapelle” è un richiamo al fratello di mio padre che era un prete”

David LaChapelle a Venezia durante la conferenza IUAV
David LaChapelle a Venezia durante la conferenza – Foto di Romina Greggio

Diventato vittima di bullismo, a quindici anni decide di lasciare la scuola e trasferirsi con la sua famiglia a East Village, (New York). Qui entra per la prima volta in contatto con il mondo dell’arte reinserendosi in un ambiente educativo che lo lasciava libero di esprimersi grazie ai suoi disegni. Dopo aver scoperto la fotografia David smette di disegnare per dedicare tutto sé stesso a questa forma d’arte che tanto lo attira. La prima immagine fotografica che scatta in analogico rappresenta una sua amica senza veli, non aveva nessun budget, nessun’attrezzatura sofisticata se non la sua macchina analogica; il risultato è molto delicato e per niente volgare, la luce  presente è quella che naturalmente filtra dalla piccola finestra della sua stanza. Guardando questo scatto ripenso subito alla serie “Underwater Model di Toni Frissel.

David LaChapelle a Venezia - Prima fotografia
Prima fotografia realizzata da David LaChapelle ®David LaChapelle

David LaChapelle a Venezia - Seconda foto David LaChapelle a Venezia durante la conferenza – Foto di Romina Greggio[/caption]

“New York era un posto incredibile, pieno di artisti, giovani e creatività, anche se vivevi in una stamberga ti sentivi bene con te stesso ma poi nel ’84 arrivò l’AIDS che mise fine a questo paradiso trasformandolo in un inferno. Morivano tantissime persone, tantissimi miei amici sono morti, tantissimi artisti morivano di AIDS e  ho cominciato a pensare che sarei morto anch’io, infondo perché non avrei dovuto morire? Da quel periodo ho spostato la mia attenzione su ciò che ci sarà dopo la morte, sulla metafisica”.

David LaChapelle a Venezia, nella terra dei dogi giustifica così, senza mezzi termini e molto direttamente, la sua evoluzione verso una fotografia che cerca le sue risposte nella parte non tangibile del mondo, nell’aldilà. Una delle prime immagini che realizza nel 1986 per esteriorizzare questa sua nuova visione rappresenta un angelo che, grazie alla tecnica di pittura su negativo fotografico, sembra un dipinto antico,  (dice che tuttora non ha trovato una rappresentazione migliore dell’anima); capisce che l’esistenza fisica è un battito di ciglia e cerca quindi di fotografare ciò che non è fotografabile :

“Cominciai a capire cosa stava succedendo ai miei amici che fino a poco tempo prima erano pieni di vita ed ora improvvisamente morivano, mi chiedevo dove andrà mai a finire tutta questa energia. Le fotografie che ho fatto in quel periodo servivano sia a commemorare gli amici che avevo perso ma anche ad esplorare il dualismo vita-morte”.

David LaChapelle a Venezia - Angel
David LaChapelle Angel ®David LaChapelle

David LaChapelle a Venezia - Angel 2

David LaChapelle a Venezia - The light inside

“Avevo ventidue anni, vedevo i miei amici morire per colpa dell’AIDS e allora credevo che anche io da li a poco sarei morto, così ho messo come priorità quella di lasciare al mondo un’eredità morale attraverso le mie fotografie”.

David inizia ad esporre le sue immagini negli appartamenti dei suoi amici iniziando con le prime mostre auto finanziate finché non arrivò Andy Warhol. Inizia così la collaborazione con il magazine Interview che permise a David di conoscere ancora più a fondo il mondo della fotografia e di affinare la sua tecnica fotografica (non ci nasconde che lavorare per “Interview” era molto stimolante anche dal punto di vista economico e che questo gli permetteva di auto finanziare la sua continua ricerca fotografica). In circa vent’anni collabora con diversi magazine, fotografa artisti del calibro di Madonna, David Bowie, Elton John, Tupac, Angelina Jolie, Pamela Anderson, Marilyn Manson, Eminem, i Red Hot Chili Peppers e perfino Hilary Clinton, raggiungendo una fama planetaria.

Angelina Jolie ®David LaChapelle
David LaChapelle a Venezia - Elton John
Elton John ®David LaChapelle
David LaChapelle a Venezia - Pamela Anderson
Pamela Anderson ®David LaChapelle
David LaChapelle a Venezia - Hilary Clinton
Hilary Clinton ®David LaChapelle

“La fotografia per i magazine è completamente diversa da quella per le esposizioni in galleria, da quest’ultima ci si aspetta molto di più. Molte delle fotografie che si facevano per le riviste erano umoristiche e servivano per evadere dalle situazioni difficili e tragiche di quegli anni, mi divertiva la libertà che avevo nell’affrontare temi come la sessualità, il capitalismo e  il consumismo. Mi chiedevo spesso come potevo criticare il mondo dei consumi pur facendocene parte, infondo quel mondo mi dava da vivere, ci lavoravo, in qualche modo le mie fotografie comunicavano un messaggio che inneggiava al consumismo”.

Fu così che dieci anni fa David smette di lavorare per i magazine e si ritira a Maui nelle Hawaii dove inizia la sua vita da agricoltore. Dopo poco però i galleristi di tutto il mondo vogliono il suo ritorno sulle scene, lui non ne vuole sapere di tornare a fotografare per il mercato pubblicitario e così accetta di esporre nuovamente a patto che sia lui a decidere cosa fotografare, niente commissioni, nessuna pubblicità, nulla di tutto ciò.
David mostra in sala “Deluge“,  una reinterpretazione del Diluvio Universale di Michelangelo secondo lui parafrasi di un diluvio passato e di uno futuro che ci attende, continua con una carrellata di fotografie della serie “After the Deluge: Museum” che seguono questo filone; quando ci mostra queste immagini rappresentanti dei musei allagati dice:

“[…] in un certo senso il mondo dell’arte assomiglia al mondo della moda, l’arte si compra, l’arte si vende, l’arte viene scambiata, è una merce, la si compra e la si vende come si comprano e si vendono le azioni nel mercato azionario. Si parla del valore dell’arte, l’opera d’arte ha valore quando viene comprata ad un prezzo elevato invece, nella storia, gli artisti veri ci hanno dato in dono l’arte. Quando in un museo vediamo un quadro o una grande scultura come quelle di Michelangelo, l’arte la facciamo nostra e non ci serve comprarla perché rimanga con noi e lo stesso succede con la musica, basta ascoltarla. Quindi non è più il prezzo a dare il valore dell’arte, quando ci troviamo di fronte ad una catastrofe come un’inondazione le cose che riteniamo abbiano valore per noi non ce le possiamo portare con noi anzi, possono essere usati in modi stupidi come un attrezzo usato per galleggiare. L’arte l’abbiamo con noi, nella nostra mente ed è con noi sempre e comunque”.

David continua proiettando in sala alcuni scatti che mostrano cosa secondo lui ci sarà dopo questo grande diluvio, raffigurano il momento del passaggio fra la vita e la morte e lo fa citando il grande Walt Whitman: “Perché dovremmo aver paura di morire se non abbiamo avuto paura di nascere?”.

David LaChapelle a Venezia - Deluge
Deluge ®David LaChapelle
First supper ®David LaChapelle

David LaChapelle a Venezia nell’Aula Magna Tolentini dello IUAV arriva a mostrarci la sua ultima serie prodotta interamente in analogico con dipintura su negativo a Maui New World“. Dopo averci parlato di consumismo, sessualità e morte, David ci racconta la sua visione del paradiso descrivendolo come “un luogo dove la bellezza, la natura e l’uomo ci danno la prova che Dio esiste”. Alle sue spalle compare “The First Supper” (la prima cena), la introduce dicendo che “dopo questa cena nessuno morirà, nessun peccato sarà da scontare con la morte di qualcuno, Cristo resterà con sua madre”. Nella foto è presente un’amica transgender dell’artista, quest’ultimo giustifica la sua presenza dicendo che quell’immagine è la sua idea di “New World“, non ha alcuna intenzione ironica è semplicemente così che lui la pensa. Scorre le foto della nuova serie e vediamo Buddha e Gesù sotto lo stesso albero che parlano pacificamente ed altre immagini che raccontano un mondo ideale (quanto meno per l’artista), forse utopico ma sicuramente libero. Prima di lasciarci David ha voluto darci un consiglio:

“Seguite il vostro intuito! Io non ho mai programmato la mia vita; quando ero al top del successo commerciale ho deciso di smettere, di ritirarmi nella natura anche se tutti mi dicevano di non farlo, quello che posso dirvi è di seguire sempre il vostro intuito, come artisti dovete sempre seguire il vostro GPS interno e dargli sempre ascolto. Cercate di capire quale possa essere il vostro dono per il mondo! È questo il messaggio che sto cercando di lasciarvi oggi”.

David LaChapelle a Venezia IUAV

Sono stato davvero contento si aver assistito a questa conferenza di David LaChapelle a Venezia perché ho riscoperto un artista che ha sicuramente influenzato in passato il mondo della fotografia e ancora continua a farlo. Criticato, odiato, amato e idolatrato da molti, quello che posso dire è che personalmente ho capito un po’ meglio cosa c’è dietro la fotografia di David, la sua continua ricerca di risposte a domande a cui probabilmente mai troverà risposta non mi sembra si discosti molto dalla ricerca scientifica o filosofica delle più grandi menti. C’è chi cerca le risposte con i numeri, chi con la religione, David LaChapelle lo fa con l’arte, senza avere la pretesa di trovare alcuna risposta.


INFORMAZIONI UTILI PER LA MOSTRA DI DAVID LACHAPELLE A VENEZIA

COSTO DEL BIGLIETTO: Intero 12 € | Ridotto 10 € (studenti under 26, over 65, titolari di apposite convenzioni), gruppi superiori alle 15 persone) 8 € | Ridotto famiglia (2 adulti + 2 under 14) 24 € | Scuole 5 € | Gratuito: bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, disabili e accompagnatore, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti con tessera, guide turistiche.
INFO: info@treoci.org | +39 041 2412332
PREVENDITE: 199 757519
CURATORI DELLA MOSTRA: Reiner Opoku, Denis Curti
LUOGO: Casa dei Tre Oci (Fondamenta Zitelle, 43, 30100 Venezia)